Il grande cuore degli abitanti dell'Alberone

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Il grande cuore degli abitanti dell'Alberone

Messaggio Da Francesco Cirilli il Mer Apr 30, 2014 10:15 pm

Il grande cuore di Roma

Pio XII e il clero romano, le parrocchie di borgata e i sacramenti ai “comunisti”, le prediche in romanesco e la fede degli analfabeti.Ricordi della Città eterna negli anni Cinquanta, seguendo il filo di un’antica simpatia

del cardinale Giovanni Canestri

Questi sono alcuni ricordi personali di Roma, come seminarista, viceparroco – brevemente a Pietralata, quando Pietralata era… Pietralata! – e più a lungo nella parrocchia di San Giovanni Battista de Rossi all’Alberone – e poi parroco alla borgata Ottavia e a Casalbertone. Li racconto senza troppo ossequio alla cronologia stretta, ma seguendo il filo di un’antica simpatia.
La prima grande emozione della mia permanenza a Roma fu la partecipazione con tutto il seminario all’inaugurazione dell’Università Lateranense il 3 novembre 1937. Per la prima volta vedevo il Papa, il successore di san Pietro, Pio XI… Tu sei Pietro! Ero fierissimo e tanto commosso e ogni volta – tante volte – che in seguito avrei visto il Sommo Pontefice Vescovo di Roma ho professato la mia fede: Credo la Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica.
Ricordo bene Pio XII. Ero in piazza San Pietro quando si è affacciato alla loggia dopo l’elezione, imitando il suo predecessore Pio XI che era stato il primo pontefice ad affacciarsi per la benedizione Urbi et Orbi dopo il 1870. Il 2 marzo ’39 vi era stato un conclave brevissimo. Il commento dei miei compagni di camerata con il prefetto Pietro Fiordelli: «È romano, finalmente!». E ne godevo anche io.
Il mio ricordo personale più importante di Pio XII riguarda la dispensa dell’età per il sacerdozio. Nel ’41, il 25 febbraio, il Papa per la prima volta riceveva i seminaristi del Seminario Romano e del Collegio Capranica. In tre del nostro gruppo del quarto anno di Teologia, eravamo stati esclusi dall’ordinazione sacerdotale a causa dell’età: un bergamasco, un siciliano di Catania ed io. Avevamo bisogno di una dispensa di diciotto mesi, ma la Congregazione per i seminari ce l’aveva negata. Questa era la situazione quando andammo in udienza dal Papa. E il Pappalardo inventò: «Adesso ci mettiamo uno dietro l’altro e chiediamo al Papa la dispensa». Andò avanti il bergamasco e, con il suo fare solitamente sbrigativo disse: «Santità, la Congregazione pone questi limiti… ma noi abbiamo desiderio di una dispensa. Padre Santo, solo il Papa ce la può dare!…». Pio XII rimase un momento sospeso; figuriamoci il rettore del seminario, monsignor Ronca, che era accanto al Papa e ci presentava: non se l’aspettava, non gli avevamo detto niente! Il Papa si voltò verso il rettore e disse: «Va bene»; si sapeva che non amava scavalcare le Congregazioni, ma quella volta aveva proprio detto: «Va bene». Poi arrivai io. Avevo visto la faccia del rettore… Titubante, mi sono inginocchiato, ho baciato l’anello al Papa e, mentre restai un attimo incerto, nella schiena, da dietro, mi arrivò un pugno e un invito: «Parla!»: Parlo: «Padre Santo, anch’io ho bisogno…». Pio XII fa un gesto per vedere quanto lunga potesse essere una tale fila di “questuanti”. Il rettore, indicandomi, disse: «È per Roma», perché io ero incardinato a Roma. «Sentiremo il cardinale vicario», tagliò corto il Papa. Andò Pappalardo dopo di me, e anche a lui arrivò lo stesso messaggio: «Sentiremo il cardinaleývicario». Subito dopo l’udienza andammo al cortile Belvedere a fare la foto di gruppo. Io non sono alto e mi sono trovato in prima fila, perché naturalmente quelli più alti andavano dietro. Passò il rettore a sistemarci per… l’estetica e per l’ordine, e mi ingiunse: «Canestri, vieni più avanti!». Ma ero già in prima fila, non capivo; «vieni più avanti, che oggi è giornata di gloria per te!». Era l’annuncio del temporale: sarebbe arrivato il fulmine, il tuono e la risciacquata. Infatti, arrivati in seminario, ci ha chiamato il rettore e… i temi della reprimenda furono l’educazione, l’umiltà, il rispetto all’autorità, l’obbedienza… proprio una solenne lavata di capo, ricordandoci che noi eravamo dei semplici diaconi e deprecando il modo irriguardoso e temerario con cui avevamo agito. Dopo questa ripassata, rassegnato e sincero, mi scusai: «Aspettiamo, aspettiamo pure se necessario questi mesi in più», e con Pappalardo non a caso ci trovammo solidali.
Passarono quindici giorni interminabili e il rettore ci portò dal cardinale vicario, Marchetti Selvaggiani. Il rettore si intrattenne a discutere privatamente col cardinale dei problemi del seminario per tre quarti d’ora, mentre noi attendevamo ansiosi in anticamera. S’aprì la porta – non so ridire l’ambascia, non avevo mai parlato con un cardinale – e s’udì un «avantiii!», mentre il cardinale Marchetti agitava il suo bastone, che usava a causa di una gamba un po’ malandata. «Avantiii!… Reverendi faccia tosta!!!». Al che Pappalardo ed io capimmo subito che non era andata male… Il cardinale ci prese di mira col suo bastone mettendocelo quasi sotto il naso: «Mah, se ero io er Papa ve lo davo co’ questo il sacerdozio! Ma er Papa è bbono… Fatevi ordinare!».
Dopo l’ordinazione – avvenuta in San Giovanni in Laterano – io che rimanevo nel clero romano, andai a rendere omaggio al cardinale vicario Marchetti, che mi trattenne molto paternamente e, fra l’altro, mi domandò: «Durante gli esercizi spirituali hai fatto i propositi?». Per fortuna non ho risposto subito, ma stavo proprio per confidare «molti», e lui subito: «Me raccomando… mo’ pochi propositi, e dopo pochi spropositi!». Era davvero romanissimo, Marchetti. Se ci ripenso… Che fegato, Eminentissimo suggeritore!!! E ancora grazie!
Il vicegerente Traglia nutriva simpatia per noi giovani. Dopo l’ordinazione, quel 12 aprile, mi avvicinai e chiesi, a un romano come lui, come avrei potuto fare il prete a Roma «sbagliando poco». Traglia mi guardò e fece: «Sii buono, e non sbagli mai». Dopo aver ricevuto la pienezza del sacerdozio, volli ritornare dal cardinale Traglia, che ancora una volta mi aveva imposto le mani, a chiedere consiglio, curioso di sapere che cosa m’avrebbe risposto stavolta, su come essere vescovo ausiliare a Roma. Lui che si ricordava perfettamente la scena di vent’anni prima, mi regalò un esempio di saggezza romana: «Ma te l’ho già detto! Sii buono e non sbagli mai…».
Com’era Roma in quegli anni? Ricordo fra l’altro l’immigrazione e l’urbanesimo. Molta gente è venuta a Roma provenendo dal Lazio dopo lo sbarco alleato a Nettuno. Ho visto arrivare al quartiere dell’Alberone, sulla via Appia, molti camion carichi di gente che non aveva potuto portare letteralmente nulla con sé. Noi dell’Alberone eravamo la prima periferia di Roma “fuori porta San Giovanni”: abbiamo dato loro delle coperte, qualcuno lo abbiamo ricevuto a dormire nel cinema sottostante la chiesa. Erano spinti da una paura apocalittica dei tedeschi che si ritiravano e degli alleati che li inseguivano. Entro i confini della parrocchia sorsero le baracche del Borghetto Latino.
Ricordo le borgate. Sarebbe interessante riscrivere tutta la loro storia: ne sono sorte parecchie intorno a Roma proprio in quegli anni: era cardinale vicario Clemente Micara, il quale in 14 anni di servizio come vicario ha aperto una novantina di parrocchie! Costruire in quattordici anni tante chiese e case canoniche non era possibile, ma ha “incamminato” noi preti a celebrare l’eucarestia nei garage, nei negozi, nei prefabbricati, negli scantinati senz’aria… I preti diocesani e le congregazioni religiose maschili insieme si addossarono la responsabilità pastorale di questi nuovi poveri quartieri romani senza avere edifici di culto, adattandosi in appartamenti così provvisori che non avevano niente a che fare con una casa canonica… ma non c’era altro. Le religiose si erano già “adattate” ad andare nelle borgate, per cui, quando il vicariato apriva le nuove parrocchie, sul luogo c’erano già le suore con la cappellina, con l’oratorio e il catechismo, con la scuola materna e qualche volta elementare, con un gruppo di ragazze e anche con le scuole di cucito: era già una preziosa presenza cristiana.
Vi era tanto analfabetismo. La maniera di predicare oggi è diversa: non possiamo e non dobbiamo usare discorsi o vocaboli difficili, no, no… però allora eravamo proprio costretti a parlare semplice… Il cardinale Traglia predicava spesso in romanesco, e proprio perché parecchia gente era analfabeta, almeno de facto. Ricordo sempre un ragazzo che venne una sera: «È permesso?», mi dice, «è che devo sposare…». Poi a testa bassa fa: «Io non ho fatto la prima comunione», ed era un ragazzo di venti o ventidue anni, «e neppure la cresima, e neppure mi sono mai confessato». Gli dissi: «Vieni la sera che facciamo un po’ di catechismo». E lui: «Come faccio? Non posso, io lavoro…». «E cosa fai?». Riuscii a cavargli di bocca che lavorava come uomo di fatica in uno degli alberghi intorno alla stazione Termini: ogni sera doveva aspettare l’ultimo treno, sistemare i bagagli dei turisti e poi sarebbe stato disponibile per me, perché poteva tornare a casa, ma alle dieci di sera. «Allora fa’ una cosa: ti lavi, fai cena e poi vieni» gli dissi. «Ma così è già mezzanotte!». «E va be’, ti aspetto a mezzanotte!» conclusi. Così gli feci un po’ di catechesi, a quell’ora; povero ragazzo, mi guardava stanco e assente. Passarono, che so, dieci sere di questi incontri e gli dissi: «Senti, finora ho sempre parlato io, perché non dici qualcosa tu?». Questi si fece serio, triste, e mi disse: «Io… ho sentito lei cosa mi ha detto, sono tutte cose belle, ma io non sono capace di ripeterle…». Allora mi venne un dubbio, e gli domandai: «Chi è che porta la maglia rosa in questi giorni?», era il mese di maggio, c’era il giro d’Italia di ciclismo e ne scrivevano tutti i giornali. Lui si mise seriamente a pensare, farfugliò qualcosa. «Mio cugino Agostino». «Chi?? Lui porta la maglia rosa?». Ho capito: quel ragazzo era analfabeta. Perciò gli dissi così, paternamente: «Domani vieni, facciamo la confessione chiedendo perdono al Signore per le mancanze che hai fatto, poi domenica farai la comunione ricevendo Gesù vivo, indi la cresima e poi sposerai: tutto sarà ben ordinato». Il cugino di Agostino se ne andò via contento e mi promise che sarebbe venuto a messa ogni domenica.
Un’altra storiella che fotografa le nostre periferie di allora: questa è da ridere. Il parroco di San Giovanni Battista de Rossi chiedeva alla gente di dargli ancora una mano per rendere la casa di Dio più accogliente. Aveva già fatto ripitturare la chiesa, ma ora doveva terminare con l’arco trionfale: «Lì ci disegneremo gli evangelisti», disse indicando dal pulpito, e li menziona uno ad uno: san Marco, san Matteo, san Luca e san Giovanni. Il giorno dell’inaugurazione una vecchietta va vicino al parroco, che intanto aveva fatto dipingere gli evangelisti (ma i loro simboli e non i volti) e gli dice brusca, “alla romana”: «Di’ un po’, ma c’avevi detto che volevi fa’ li santi… e c’hai fatto l’animali?!».
Ecco, eravamo così. Ci voleva una pazienza immensa nel preparare e nel fare la catechesi. Anche oggi, naturalmente, per altri motivi. Niente di nuovo sotto il sole! Allora il parroco era davvero considerato un’autorità nel quartiere, e se si permetteva qualche giudizio su persone o eventi durante l’omelia la gente li faceva subito propri perché “lo aveva detto il parroco”. Don Marcello Urilli, il mio parroco di San Giovanni Battista de Rossi, era stato compagno di seminario ed era amico dei cardinali Ottaviani, Spellman, Borgoncini Duca e Vagnozzi, e li trattava con la stessa semplice schiettezza che usava con noi viceparroci. Non c’era falsa riverenza nei confronti della Curia romana, neppure ansia per dibattiti culturali ad alto livello: tutto l’essenziale passava attraverso la pastorale di ogni giorno. Poiché si esprimevano con semplicità, erano particolarmente graditi per conferenze, meglio per semplici conversazioni, il professor Enrico Medi e l’ingegner Giuseppe Grimaldi, amico di Piergiorgio Frassati che abitavano nella zona.
Un breve inciso su quegli anni, a proposito di Pio XII: la guerra e gli ebrei. Tra noi preti si sapeva che gli ebrei erano stati ospitati per volere di Pio XII nel Seminario Romano, a San Paolo e nelle Basiliche extraterritoriali. All’epoca ero seminarista e poi viceparroco, non conosco altro sull’argomento. Uno dei nostri confratelli che teneva presso di sé degli ebrei – le canoniche non erano extraterritoriali! – aveva avuto la visita dei militari e da ciò problemi tutt’altro che piccoli. Un altro sacerdote dei missionari di San Vincenzo, don Morosini, aveva portato in casa delle armi e le aveva nascoste dietro alla libreria del convento. I militari, in seguito a spiate, le avevano trovate e lui era stato condannato a morte; neppure Pio XII in persona riuscì a salvarlo. Fino all’ultimo Morosini fu assistito da monsignor Traglia che lo confortò, lo confessò e gli servì la messa che celebrò la notte precedente la fucilazione. Traglia lo accompagnò fino all’esecuzione. Quando don Morosini cadde, gli impartì l’estrema unzione.
Durante l’occupazione tedesca, sono andato a confessare, per il pochissimo inglese rabberciato che possedevo, dei militari inglesi cattolici in incognito a Roma.
Sempre per ricreare il clima romano di quegli anni, ricordo il ritorno in Italia di don Luigi Sturzo. Egli era ospite delle suore Canossiane proprio di fronte alla scuola San Filippo, nella parrocchia di Ognissanti. L’ho avvicinato perché nel ’49 – anno in cui c’era stato l’intervento del Sant’Uffizio sui comunisti – dovevo fare un lavoro riguardante il codice sovietico sui temi “famiglia”, “proprietà” e “lavoro”. Ho potuto consultare don Sturzo grazie alla signorina Oliveri che lavorava presso di lui come segretaria e che frequentava la nostra parrocchia. Ricordo don Sturzo come sacerdote esemplare, competente e umile.
Se ben ricordo, l’intervento del Sant’Uffizio reso pubblico il primo di luglio del ’49 non era la scomunica dei comunisti, come s’era detto. In realtà si trattava di un rifiuto dei sacramenti, confessione ed eucarestia, ma non del matrimonio: si andava incontro a chi simpatizzava per le sinistre e chiedeva di sposarsi in chiesa. Da notare che il cardinale Marchetti, che era insieme vicario del Papa per Roma e capo del Sant’Uffizio (allora non si chiamava prefetto, perché prefetto era il papa, ma si chiamava segretario), aveva “le mani in pasta” nella questione, e nel ’50, mandandomi ad aprire la parrocchia alla borgata romana Ottavia, m’aveva detto: «Non cominciamo con i comunisti! Per Pasqua chiama un buon frate cappuccino dalle maniche larghe e confessate in pace!». In borgata molti erano iscritti al Pci perché non c’era il bar e l’unico luogo di incontro erano le due stanzette del Partito comunista, ma lì non facevano davvero alcun riferimento ad ideologie.
Diventando parroco ad Ottavia, che cosa lasciavo a San Giovanni Battista de Rossi…? Lasciavo il parroco, don Marcello Urilli, che è morto a sessant’anni, di fatiche, povero, fedele, pio, zelante, romano da almeno sette generazioni. Se posso dire così, l’unico suo limite fu l’aggiornamento, perché in nove anni non l’ho quasi mai visto con un libro in mano, ma erano anni di guerra, di fame, di paure, di scontri politici, di elezioni… Lui dava tutto se stesso, girava per le case, andava a trovare gli ammalati. Non potrei non giustificarlo. Ma mi faceva un po’ impressione che avesse tanti giovani preti attorno – eravamo quattro viceparroci e qualche volta cinque – e non ci richiamasse mai al dovere dello studio, anzi quasi lo ostacolava. Guai se stavamo in camera durante il giorno, se si voleva studiare c’erano soltanto le ore notturne. Però il suo spirito di preghiera, l’umiltà, l’amore ai poveri e la carità pastorale ne facevano un grande parroco. Durante la guerra, appoggiandosi al benemerito Circolo San Pietro, don Marcello faceva distribuire ottomila minestre al giorno!
Com’era la situazione a Ottavia? La borgata si staccava dal quartiere Monte Mario di circa tre chilometri. Non c’era luce per le strade la notte, non c’erano strade asfaltate, né fognature, non c’erano linee telefoniche ma un solo telefono pubblico. Non c’era la caserma dei carabinieri, la farmacia, il medico… L’unico autobus era per Monte Mario e faceva al massimo quattro o cinque corse al giorno, non c’era il bar e l’unico luogo di convegno per uomini e giovani era la sede del Pci. Le suore Canossiane da parecchi anni avevano fatto un bel lavoro ed avevano la scuola materna ed elementare. Ma la maggior parte degli uomini non aveva la quinta elementare. Ricorremmo alle scuole serali popolari offrendo ambienti e insegnanti in parrocchia. Si chiamavano “popolari” pure perché si faceva un bonario lavoro educativo (leggere, scrivere e far di conto), si davano gli esami di quinta e infine si otteneva la licenza elementare. Lì, poi, alcuni dicevano che il parroco era comunista, perché buona parte di questi uomini che venivano a scuola in parrocchia aveva la tessera del Pci. La politica, dopo la seconda guerra mondiale, ci ha creato (anche a Roma) problemi ed equivoci a non finire. Presi certi orientamenti politici, gli uomini e i giovani facevano fatica a farsi vedere in chiesa. Ma alla fine nessuno rifiutava i sacramenti. Va a spiegare il guazzabuglio del cuore umano…!
La borgata si è subito gonfiata di abitanti e di abitazioni (naturalmente senza piano regolatore). Facevamo catechesi in piccole aule, e quando si finiva il corso per la prima comunione e per la cresima (insieme!), subito si doveva sfollare perché arrivavano quelli del turno successivo: non era possibile tenere i ragazzi a fare corsi di due anni. Voglio anche far notare come ad Ottavia e anche a Casalbertone un gruppo di preti romani provenienti dal Seminario Romano e dal Capranica, e impegnati negli uffici della Curia romana venivano in gruppo a fare ministero la domenica: proprio soltanto per amore di Dio.
Nel mese di ottobre del ’50, Anno Santo – ero parroco dal 23 marzo ed avevo fatto l’ingresso in parrocchia il 12 aprile – da Ottavia andammo a fare il Giubileo con due pullman targati SCV. Erano davvero scomodi! Ma c’era da spendere meno…
Ho avuto la grazia di vivere a Roma il Giubileo del 1950.
Il tema di quell’Anno Santo fu “il grande ritorno e il grande perdono”. Tra gli avvenimenti solenni di quell’Anno giubilare vi fu la canonizzazione di santa Maria Goretti, il 24 maggio. È stata la prima celebrazione che si teneva in piazza San Pietro, ma non vi fu la messa: Pio XII presiedette una celebrazione con la canonizzazione e il giorno seguente celebrò la messa, in onore della nuova santa, in Basilica, presente la mamma e anche colui che di Maria Goretti era stato l’uccisore.
Seguì poi, il primo novembre del 1950, la proclamazione del dogma dell’Assunzione di Maria. Ero presente anche lì, come per santa Maria Goretti. Credo che sia stata la manifestazione più numerosa e più partecipata con Pio XII: la gente arrivava in fondo a via della Conciliazione ed occupava le vie adiacenti. I romani avevano largamente simpatizzato per papa Pacelli “il romano defensor civitatis”.
ýul sagrato di San Pietro c’eravamo anche noi parroci. Mai avremmo creduto di essere presenti alla definizione del dogma dell’Assunta! Il vicariato aveva anche invitato i fedeli ad illuminare quella sera le finestre delle case ed era uno spettacolo fare un giro per le periferie, e per la borgata Ottavia. Era proprio bello e semplice: ognuno aveva messo davvero solo quattro candele, però erano in onore della Madonna Assunta e tutti in ciò s’erano voluti distinguere.
Quando sono stato parroco a Casalbertone nella chiesa di Santa Maria Consolatrice, presi il posto di don Carlo Maccari. Aveva la penna facile e una capacità di forte e brillante oratoria con spunti talvolta polemici e spesso commossi e commoventi. Ma ricordo volentieri don Carlo specialmente per come era intelligente e zelante; nei quattro anni e mezzo della sua permanenza era riuscito a guidare una quindicina di giovani borgatari all’incontro quotidiano con Gesù eucarestia e una cinquantina alla comunione domenicale. E bisognerebbe anche dire molte cose circa la pastorale a Roma e la devozione mariana…
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Francesco Cirilli

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